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Victor Vug tra arte e “pazzie”: non temete per lui, la sua vita sarà meravigliosa

In base a quali criteri un’opera d’arte può essere definita tale? O meglio, cosa rende un’opera d’arte, un’opera d’arte?

Entrai all’interno della sala in cui era allestita la mostra Matronae per Saecula e colsi Victor intento a rispondere, con grande naturalezza, ad una delle domande – dal mio punto di vista – più complesse e controverse sull’arte. Il gruppo di studenti liceali, a cui si rivolgeva, lo guardava con occhi sgranati e lo ascoltava con orecchie tese.
Ringraziai così, d’istinto, il mio orologio mentale e la mia tempestività per avermi fatta arrivare in tempo per assistere ad una vera e propria lezione, non di arte, ma di amore per l’arte – cosa ben diversa e di gran lunga più appagante.

Un’opera d’arte diventa tale quando l’artista decide di lasciarsi andare, di esprimere davvero se stesso – fino nel profondo ; quando ad essa dà valore, importanza, senso; quando realizza qualcosa di autentico e originale capace di toccare l’animo di chi osserva.”

Appena Victor finisce di parlare, la scolaresca chiede di scattare alcune foto insieme e poi, accompagnati dall’insegnante, torna verso la scuola dove ad attenderla ci sono libri di testo e interrogazioni.
“Posso rubarti qualche minuto?” chiedo a Victor nell’unico momento di pausa. Con un sorriso e un cenno della mano mi fa segno di sì e di andare a parlare all’aperto, in modo da lasciare ai numerosi spettatori la possibilità di godersi le esposizioni con calma.

Sebastian Victor Vug, 21 anni, esordisce in ambito artistico con la mostra Matronae per Saecula. Adottato e accolto a braccia aperte da Lavagna, cittadina in cui vive ormai da tempo, le sue origini romene emergono solo dai sui racconti biografici. Nel 2013 entra a far parte del corteo storico della Torta dei Fieschi, grazie al quale approfondisce e si appassiona ancor di più all’arte del costume. Si è diplomato al Liceo Artistico Luzzati di Chiavari ed è attualmente iscritto al corso di laurea in Conservazione dei Beni Culturali all’Università di Genova.

Iniziamo a parlare: gli chiedo di descrivermi la mostra, i temi affrontati, i soggetti scelti, le difficoltà di allestimento, i dubbi e le preoccupazioni, ma ciò che più di tutto mi interessa sapere è altro.

– Che cos’è per te l’arte? – alla mia domanda gli occhi di Victor tornano a brillare di quella stessa luce che poco prima avevo colto quando spiegava l’essenza dell’opera d’arte.
“L’arte è la mia quotidianità, la mia vita. L’arte è cultura, espressione, umanità. L’arte non ha prezzo.”
Dopo un momento di pausa, continua:
“Amo l’arte fin da quando ero bambino. L’interesse per l’innovazione artistica e per le icone – sia bizantine sia cristiane – mi hanno sempre appassionato. Mia madre, la mia più grande critica e al tempo stesso la mia più grande sostenitrice, mi ha sempre spronato e incitato a credere in me. Ed è anche grazie a lei che oggi mi trovi qui.”
Victor è emozionato, parla a ruota libera, racconta e si racconta con grande scioltezza e con quella consapevolezza di chi sa di avere tra le mani qualcosa di bello e autentico: uno sguardo fresco di amore appassionato e disinteressato per la vita e per l’arte.
– Qual è stata la pazzia più grande che hai fatto per l’arte?
[risate]
“Spendere tutti – dico tutti – i miei soldi per andare a Milano a vedere una mostra di Frida Kahlo, mia musa ispiratrice e artista sulla quale ho svolto la mia tesina di maturità. Oltre al biglietto d’ingresso ho acquistato anche un catalogo, dal costo esorbitante. Ma per Frida, per l’arte, questo ed altro. “
– Cosa fai per mantenerti?
“Lavoro come cameriere in un ristorante e i soldi che guadagno li spendo in arte e cultura.”

Parlare con Victor è divertente, ti fai un sacco di risate ad ascoltare le sue storie, le sue peripezie, soprattutto per il modo ironico e buffo con le quali le racconta.
Un aneddoto divertente che riguarda la tua prima mostra?
“Ad allestire la mostra mi hanno aiutato le mie più care amiche Giulia Rolandelli, Federica Nicolini, Daniela Raffa e Elisa Girotti – che definirei le madrine e matrigne dell’evento perché non solo hanno scelto insieme a me quali opere esporre ma anche quali non mostrare affatto. E’ stato divertente quando avevo scelto un dipinto a cui tenevo molto ma a loro non piaceva. Così tra sgambetti, dispetti, battutine e risatine maligne mi hanno costretto a toglierlo. Alla fine hanno scelto più loro che io. “
– Perché mettere in mostra i tuoi dipinti?
“Prima di tutto perché credo sia un modo per ringraziare la città di Lavagna per avermi accolto e dato tanto in un periodo della mia vita particolarmente caotico e poi per farmi conoscere come artista e avere la possibilità di spiegare e far apprezzare l’arte.”
– Progetti per il futuro?
“Sì, tantissimi. Non vedo l’ora di mettermi…all’opera!”

“Matronae per Saecula”: una mostra dedicata alla figura della donna attraverso i secoli. La donna come strumento tra passato e presente, un mezzo che unisce la bellezza nobile e la semplicità d’animo. […] – di Marco Raffa
Allestita in via Roma a Lavagna (Ge) nell’ambito dell’evento “Lavagna in festa” (2-3-4 giugno) promosso dal Consorzio Centro Storico Artigiani e Commercianti.

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#Malala: libri, libri e ancora libri sui diritti

Sedermi a scuola a leggere libri è un mio diritto. Vedere ogni essere umano sorridere di felicità è il mio desiderio. Io sono Malala. Il mio mondo è cambiato ma io no.

LETTURE A TEMA: DIRITTI UMANI

#1 “Io sono Malala – la mia battaglia per la libertà e l’istruzione delle donne” Malala Yousafzai

Al via la mia stagione di letture centrate sui diritti umani – tema fortemente attuale di cui occorre sempre parlare, leggere, scrivere.
Ho scelto di partire con il libro di Malala perché l’autrice, così giovane e tenace, porta avanti da sempre una battaglia sul diritto all’istruzione per tutte le bambine e i bambini del mondo. Frequentare la scuola è un diritto, un dovere, un piacere.
E chi meglio di lei poteva occuparsene?

Un anno fa sono uscita di casa per andare a scuola, e non ci sono mai più ritornata. Sono stata colpita da un pallottola talebana e mentre mi portavano lontano dal Pakistan non ero cosciente.

Nel 2013, all’età di 16 anni, Malala fu colpita da tre proiettili, proprio per le sue idee e il suo coraggio. Tutti pensavano che non ce l’avrebbe fatta a sopravvivere. Invece…
Oggi Malala ha 22 anni, sta bene – grazie alle cure di medici altamente specializzati – e studia presso il Lady Margaret Hall College dell’Università di Oxford. Continua con grande determinazione la sua missione per i diritti dei bambini mantenendo viva l’organizzazione no profit, sorta nel 2013, Malala Fund, che raccoglie fondi da dedicare a progetti educativi in tutto il mondo.

Noi del Malala Fund riteniamo che ogni bambina – come ogni bambino – abbia la capacità di cambiare il mondo, a patto che le venga data una chance. Per offrire alle bambine questa possibilità, la fondazione mira ad investire denaro in azioni che diano più potere alle comunità locali, sviluppare soluzioni innovative basate su approcci tradizionali e dare a tutti non solo l’alfabetizzazione di base ma gli strumenti, le idee e le reti che possono aiutare le ragazze a far sentire la propria voce e a creare un domani migliore.

Nel 2014 ha vinto il Premio Nobel per la Pace.

Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne: sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo.

Standing ovation.

Ho ritenuto opportuno, nel mio piccolo, di impegnarmi in tema di diritti e ho deciso di farlo come ho imparato a farlo: con la lettura e la scrittura.

Chi mi consiglia altri libri a tema? Quale titolo avete in mente?
Accetto pareri, suggerimenti e commenti.

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Genova, “I giorni del libro piccolo” e non solo…

Genova, Piazza Matteotti


“Libri, parole, libri, parole, libri…”

Una giornata a Genova – tra bancarelle di libri in piazza Matteotti, caffè sotto la Cattedrale di San Lorenzo, fiorai antipatici in piazza Banchi che impacchettano piantine profumate nella carta di giornale. E poi ancora: vicoli, focaccia, lingue e dialetti differenti…

Genova, Piazza Banchi
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Emma: eterna pellegrina senza bussola alla ricerca di sé

Recensione

Un luogo in cui si è vissuti, si ha amato e pianto – e che poi si è lasciato alle spalle per anni – trattiene a sé parte di noi. Custodisce una porzione della nostra anima, spesso quella più confusa e tormentata. Così, quando ad un certo punto della vita – immersi tra le scartoffie quotidiane, il lavoro e gli impegni – sentiamo il desiderio e l’esigenza di capire davvero chi siamo, occorre necessariamente tornare lì, in quel luogo da cui siamo scappati o semplicemente trasferiti, per rimettere insieme i tasselli. Ed è ciò che capita ad Emma, la protagonista di un romanzo difficilmente qualificabile con un solo aggettivo; un romanzo spirituale, femminile, interiore, psicologico e molto più al tempo stesso.

Emma compie un viaggio, lungo una manciata di giorni, che dalla Liguria la porta in Umbria, dove ad attenderla non c’è solo Assisi – città eterna e città di pace -, non solo volti del passato a lei cari che tornano ad incontrare il suo sguardo, ma c’è quella parte di lei che tra cappelle, veli e eremi è rimasta intrappolata. Emma ora donna adulta ora moglie e madre, ripercorre quelle vie per mettere a riparo quella lei fragilissima che anni prima si è persa. E lo fa come ha imparato: pregando, ascoltando il silenzio di chi a lungo ha taciuto, lasciandosi avvolgere dalla natura umbra.

Emma porta a termine la sua missione: in pochi giorni riavvolge il nastro della propria vita, scava nel profondo della sua anima, e pur ferita e sconquassata non dimentica mai il suo vero presente, il suo oggi, il suo hic et nunc: la casa in Liguria, i figli Luca e Stefano, e più di tutto Pietro, suo marito.

Pietro è un uomo semplice – nel senso più nobile del termine -, di poche parole, essenziale. Un carattere chiuso e introverso, che difficilmente si lascia andare a complimenti o tenerezze. Chi non ha conosciuto uomini come lui, direbbe che sia disinteressato. Invece, Pietro ama; ama di un amore immenso, lontano dagli standard, dagli schemi e dalla comune idea di amore. Pietro è uomo, papà e soprattutto marito ed è per questo che fa conciliare gli impegni domestici con gli orari scolastici dei figli per permettere a Emma, la donna alla quale disse sì, di prendersi il tempo e la libertà di cui aveva bisogno. Amore e libertà vanno di pari passo all’interno del matrimonio, la cui realizzazione spesso lontana dalle aspettative (ma non per questo meno affascinante).

Il personaggio di Pietro in “Emma” compare in carne ed ossa sul finale, lasciando tutti – Emma compresa – senza parole. Lo ritroviamo poi indaffarato e schivo in “La casa verde”, la fisiologica continuazione del romanzo.

Con il timore che Emma possa davvero redarguirla, l’autrice non sbaglia un passo e svolge nei confronti del testo un lavoro certosino: ogni parola è al suo posto, scelta, ponderata, voluta.

Due piani narrativi, che indicano l’uno il ricordo e l’altro il presente, permettono alla storia di seguire un suo ritmo: impetuoso e travolgente nel primo caso, lento e razionale nel secondo. Immagini nitide e ben delineate donano al lettore la sensazione di trovarsi a passeggiare nel bosco che conduce all’eremo fino a percepire l’aria rigida di metà novembre; di recitare il vespro insieme ad altri pellegrini o gustare per colazione latte, pane e marmellata di fichi.

Emma è se stessa e tutti noi: cade e si rialza, si perde e cerca la forza di ritrovarsi, debole e tenace, emotiva e lucida. Per questo “Emma” potrebbe definirsi un pamphlet sulla natura umana.

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“A mali estremi” conquista Primo Piano

Prosegue la rassegna letteraria nello spazio espositivo Primo Piano a Chiavari, con la presentazione – a cura di Pieramaria Ciuffarella – dell’ultimo romanzo di Valeria Corciolani “A mali estremi”.  La scrittrice chiavarese, molto nota, è stata madrina della fiera del libro e dell’editoria LiB – Libri in Baia 2018. 

“Sono molto distratta, ho sempre la testa persa in una storia. Odio infatti guidare perché richiede troppa concentrazione. Preferisco viaggiare in treno e godermi i pensieri. Mi piace soprattutto quando di sera il treno si ferma in stazione e sporgendo lo sguardo al di là del finestrino, si ha la possibilità di fantasticare guardando la luce nelle case degli altri. Succede anche a voi?” 

Si descrive così Valeria, con grande ironia e senso dell’umorismo sia di persona sia sul web, e più precisamente sulla sua pagina Facebook, dove di tanto in tanto in un rubrica nota come #cosecosì, pubblica pillole di quotidianità in cui racconta
la sua vita di moglie, mamma di due figli e “padrona” di un geco di nome Attilio e un gatto di nome Elwood,  oltre che quella di scrittrice e illustratrice.
Le storie di Valeria – come sottolinea Pieramaria – odorano di Liguria: ricette di piatti tipici del nostro territorio si fanno strada tra un dialogo e l’altro, tra un paragrafo e l’altro. Ed è per questo, per risaltare e assaporare dal vivo i sapori narrati, che dopo l’incontro a Primo Piano, lo chef Matteo Armanino e il maître Mattia Baratelli hanno messo in tavola i romanzi di Valeria nel locale “A casa mia”.

“Amo cucinare. Lo faccio con passione, specialmente quando ho tempo e non sono sotto stress per le scadenze burocratiche del mio lavoro.” – conclude Valeria.

È stato un incontro in cui si è parlato molto di libri, di web, di cucina. Ma soprattutto è stata un’ora o poco più in cui si è riso tanto, che forse è la cosa più bella di tutte. La prova di un appuntamento riuscito.

Si è riso di “gusto”. 

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Chiavari: Primo Piano apre le porte a “Uomini in fiamme”

«Appartenenza. Un modo di essere, una forma mentis, un dono. La poesia è tutto questo e molto di più.»

Si apre così – con le parole di Helena Molinari, autrice e speaker radiofonico – la presentazione del libro “Uomini in fiamme” , a cura di Carlo di Francescantonio e Mirko Servetti. L’incontro con uno degli autori, Di Francescantonio, si è svolto nello spazio espositivo Primo Piano, sito nel cuore di Chiavari, e ha dato il via alla stagione letteraria che in quel locale prenderà vita.

Parlare di poesia oggi, sottolinea Helena, non è semplice: la letteratura poetica contemporanea – dai contorni sempre più diaristici e prosaici – si discosta di gran lunga dai canoni classici a cui siamo abituati, o a cui ci abituano in ambito scolastico fin dalla più tenera età. Occorre pertanto rallentare – come Di Francescantonio suggerisce di fare ai suoi lettori e al suo pubblico – per soffermarsi ad osservare e ascoltare con cuore aperto e orecchie tese una “moderna” forma d’espressione.
L’autore invita implicitamente i suoi ascoltatori ad andare oltre: paragonare sotto questo punto di vista la vita alla poesia, in modo da vivere la quotidianità con ritmi più lenti. Non per pigrizia – si intende – ma per amore di sé e di ogni singolo gesto, parola, pensiero. Perché la lentezza è il primo passo per far bene.
Un altro messaggio che emerge dalla lettura di alcuni testi dell’autore è quello di saper scindere con intelligenza il mondo animale da quello umano – apparentemente in simbiosi l’uno con l’altro. «Non è il cane-terapia –  a cui l’uomo di oggi ricorre sempre più spesso –  a dover risolvere i problemi, ma siamo noi stessi che dobbiamo trovare la forza e il coraggio di affrontarli apertamente, senza cercare scorciatoie.»

La macchina da scrivere, posta su un lato del tavolo, e i  quadri di Massimiliano Zaffino alle pareti, hanno reso l’atmosfera ancor più affascinante e suggestiva.

helena molinari - primo piano

 

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“Finalmente arrivi tu”: quando bastano nove mesi per capire chi si è davvero

” Nessuna scaletta di idee prima di iniziare a scrivere, né una traccia di trama schematizzata. Tutto estemporaneo. Entro in camera mia, mi siedo alla scrivania, accedo il pc e come per magia entro in un’altra dimensione: divento altro da me, mi estraneo da tutto, scordo l’ora e il luogo in cui mi trovo, mi immedesimo nella storia e non ci sono più per nessuno…”

Così Mariavittoria, conosciuta da tutti come Mavi, descrive il suo rapporto con la scrittura e il modo in cui è nato il suo romanzo d’esordio “Finalmente arrivi tu”.

“Finalmente arrivi tu” è una storia d’amore e di sesso, di arrivi e partenze, di quotidianità e voglia di evadere, di carriera e amicizia. Ma soprattutto è la storia di Isabel, una donna coraggiosa e determinata – al tempo stesso fragile e insicura, come tutti noi del resto – appassionata del proprio lavoro e desiderosa di dimostrare a qualcuno o forse soltanto a se stessa chi è davvero.
Isabel sceglie. Sceglie in continuazione: dal tipo di abito da indossare alle scarpe da calzare; dall’amica da frequentare al tipo di uomo da invitare a casa. Sceglie il proprio lavoro, il modo in cui relazionarsi con i colleghi, le cose da dire o non dire a sua madre. Sceglie il giorno della settimana in cui può incontrare Thomas, e se mandare avanti o meno la loro relazione. Isabel sceglie e analizza la sua vita con grande razionalità. Tutto sembra procedere regolarmente, senza intoppi, fino al momento in cui.

Al momento in cui muove il passo più grande della gamba: sceglie quando e come innamorarsi. Da quell’istante in poi la sua vita prende le sembianze di una nave in tempesta, il cui timone difficilmente manovrabile.

Razionalità e sentimento – due entità apparentemente separate ma in realtà inscindibili, come il corpo e l’anima – divengono le costanti, il fil rouge di una storia appassionante e coinvolgente, scorrevole e palpitante. Una storia che, come una donna che sa quello che vuole, ti sa tenere per 208 pagine con il fiato sospeso.

Qual è momento in cui Isabel capisce che la sua vita non può e non deve essere dominata dalla razionalità ma che deve lasciare spazio al sentimento, all’irrazionalità, ad un amore vivo e libero? E soprattutto chi delle persone che vivono o non vivono accanto a lei glielo fa capire?

“Finalmente arrivi tu” è un romanzo femminile nel senso più nobile del termine. Una protagonista che agisce e non subisce, un’eroina attiva, una perfetta padrona di casa per una storia che ha molte cose da dire…

Il lettore o la lettrice non può non domandarsi chi si nasconda davvero dietro Isabel: un personaggio frutto dell’immaginazione dell’autrice o l’autrice stessa, che ha rivelato parte di sé attraverso le parole?

“Quando si descrive un personaggio – soprattutto per la prima volta – è inevitabile far trapelare il proprio ego, le proprie questioni in sospese. Inevitabile dar forma a ciò che nella vita reale hai per metà o che ti manca del tutto. Sì, in Isabel c’è molto di me.”

La risposta di Mariavittoria ad una delle domande più frequenti dei suoi lettori ricorda molto la risposta che diede Gustave Flaubert nel 1857 ai suoi di “lettori”: “Madame Bovary c’est moi!”

< Isabel c’est moi! >